Lo studio è austero, minimo più che minimale, ordinato più che concettuale, in una casa vecchiotta sulla frontiera ultima della città di Bergamo, laddove oggi ci sono le fabbrichette dell’eterno miracolo economico e una volta c’erano i campi, quelli delimitati dai gelsi secolari. Questi campi li coltivava suo nonno con la frugalità dei tempi andati e per lui sono un ricordo che s’è andato a formare ben più in là della radice banale che tutti innegabilmente hanno. Per lui quei campi scomparsi corrispondono ad una evocazione di stimoli atavici così profondi da avere stimolato una parte consistente della sua etica visionaria attuale. La fatica congiunta dell’uomo che accudisce e pota e dell’albero che stagione dopo stagione spinge la propria crescita ed accetta il destino della sfogliatura costante, dell’inverno gelido e dell’estate coi piedi nell’umidità delle rogge, destino ripetuto con la ciclicità dell’appetito dei bachi che secretano il filo di seta aspettando di morire bolliti prima d’essere farfalle, la crudeltà del campare e la dolcezza del vivere, l’albero che fu degli zoccoli e dell’infamia, ma pure della vita, dell’ombra e della nebbia, e il tutto condito con la morbidezza frustrante ed esaltante al contempo del messaggio di speranza e di terrore della Controriforma, nella chiesa troppo barocca, sotto la madonna del Lotto… Una feroce dolcezza prealpina, lombarda tinta di veneto, ha forgiato una mente estetica che oggi diventa cosciente. Gli ultimi discendenti della cascina estinta hanno formato un pensiero poetico che riesce a farsi visivo.
Così dipinge Maurizio Bonfanti. I suoi filari di gelsi sembrano ceppi di vigna antica cresciuti a dismisura, elefanti del mondo arboreo. Invernali e spogli per dimostrare con maggiore franchezza la propria tensione architettonica. Sono la versione agreste delle fabbriche neoclassiche di Sironi. E da Sironi ha imparato Bonfanti, forse inconsapevolmente, anche a dipingere, a far quadri che necessitano d’un supporto di carta, perché solo la carta è suscettibile di stracciarsi per essere rincollata su telai, per apparire come reperto, per essere lacerto d’un’ opera mai ancora sorta. Primordialisti d’un sentimento sedimentato, tutti e due. Cantori d’una modernità che si fa archeologica già sul nascere. E poi eredi contaminati, tutti e due, da quel inspiegabile cromatismo lombardo che combina sempre la nebbia con la ruggine, il grigio con i fumi, e che fu già colpevole della mutazione di Leonardo appena passò dall’essere da Vinci al diventare da Milano. Foppa e il Piccio conditi dalle terrecotte di Lucio Fontana.
Oggi brancoliamo un po’ tutti in un’inconsistenza vaga, sia filosofica che politica. Le promesse fatte dagli altri si sono avverate quasi tutte fasulle. Non si può credere a nulla, e meno ancora ad una delega generica che vorrebbe l’arte come una invenzione dei demiurghi del pensiero e della finanza. Vogliamo dei pensatori solidi, anche se solitari, che ci diano delle indicazioni, non da condividere necessariamente, ma almeno da discutere. Cerchiamo gli sciamani che hanno ritrovato le chiavi interpretative durante le lunghe sedute delle loro solitudini. I prestidigitatori non ci illudono più, manco ci divertono. Vorremmo gli scavatori della memoria e dell’essere.
Nelle aree prealpine, oltre le autostrade, le ferrovie, gli aeroporti, i supermercati, gli ipermercati, i centri commerciali e le nuove urbanizzazioni, oltre i rumori, i successi, i clamori e i decessi, oltre le mode e le liturgie, i consumi e le fobie, se ne sono nascosti alcuni, sacerdoti solo di loro medesimi. Alcuni ho già avuto la fortuna d’incontrarli, il micro editore Casiraghi con la sua capra tibetana e i suoi libri perfetti nell’essenzialità tipografica, il Gaetano Orazio alla ricerca della salamandra sui torrenti del comasco, il pensatore teosofo Bordoli sulle rive del lago, l’esaltato Alessandro Verdi, il guardiano dei passi alpini Fabriszio Soldini, il meditabondo Giulio Albrigoni che mi ha presentato Bonfanti.
In realtà drammaticamente romantico, il Bonfanti. Come sono romantici tutti quelli che pensano di trovare in fondo alle proprie viscere la forza del fare.

Philippe Daverio
Tarquinia
Estate 2006

 

The studio is austere, basic rather than minimal, tidy rather than conceptual, in an old house on the farthest outskirts of the city of Bergamo, where today stand the small factories of the eternal economic miracle and once there were fields hedged by mulberry trees centuries old. These fields were worked by his grandfather with the frugality of times gone by and for him are a memory which has grown far beyond the banal root which everyone undeniably has. For him those fields, which have disappeared, correspond to the evocation of ancestral stimuli deep enough to have formed a large part of his present aesthetic vision. The fatigue of the man who tends and prunes and of the tree that season after season pushes out new growth and accepts the fate of constantly falling leaves, of the freezing winters and the summers with feet in the dampness of the canals, a fate repeated with the cyclic appetite of the silkworms that secrete the thread, waiting to be boiled alive before they become butterflies, the cruelty of survival and the sweetness of living, the tree of the clogs and of infamy, but also the tree of life, of shade, of mist, and everything seasoned with the frustrating and, at the same time, exalting softness of the message of hope and terror of the Counter Reformation, in the too baroque church under the Madonna painted by Lotto… A fierce pre-alpine sweetness, Lombard tinged with shades of the Veneto region, has forged an aesthetic mind which has become conscious today. The last descendants of the old farmstead have formed a poetic line of thought that has become visual.
This is how Bonfanti paints. His rows of mulberries are like the trunks of ancient vines, grown out of all proportion, elephants of the tree world. Wintry and leafless to show their architectural tension with greater frankness. They are the countryside version of the Neoclassical constructions of Sironi. And Bonfanti has learnt from Sironi, perhaps without knowing, to paint too, to make pictures that need the support of paper, because only paper is inclined to tear so that it can be glued back onto frames, to appear as evidence, to be a fragment of a work yet to come into being. Both are primordial sediments of a feeling. Bards of a modernity which becomes archeological the moment it comes into being. And then both are contaminated heirs of that inexplicable Lombard colouring, which always combines mist with rust, grey with smoke, and which was long ago the cause of the mutation in Leonardo when he passed prom being “da Vinci” to “da Milano”. Foppa and Piccio spiced with the terracotta of Lucio Fontana.
Today we all grope in vague inconsistency, both philosophically and politically. The promises made by others have almost all proved false. One can believe in nothing and especially not in a generalized proxy that would describe art as an invention of the demiurges of thought or of economics. We need solid thinkers, even solitary ones, who will give us indications which we need not necessarily agree with but can at least discuss. We are in search of prophets who have rediscovered the interpretive key during their long periods of solitude. The conjurors no longer take us in or even entertain us. We need those who dig deep into memory and into being.
In the pre-alpine region, beyond the motorways, the railways, the airports, the supermarkets, the hypermarkets, the shopping malls, the new towns, beyond the noise, the success, the scandal, the deaths, beyond fashion and liturgy, beyond consumer goods and phobias, some are hidden, priests only for their similars. Some I have already had the pleasure to meet: the small publisher Casiraghi with his Tibetan goat and his favourite books in essential print; Gaetano Orazio searching for salamanders in the streams near Como; the theosophist thinker, Bordoli, at the lakeside; the enthusiastic Alessandro Verdi; the guardian of the Alpine passes, Fabrizsio Soldini; the meditative Giulio Albrigoni, who introduced me to Bonfanti.
In truth, Bonfanti is dramatically Romantic. Romantic in the same way as all those who believe they will find the strength to create deep within themselves.

Philippe Daverio
Tarquinia
Summer 2006

 

Critici

Flavio Arensi, Paolo Bolpagni, Frank X. Buckley, Elisabetta Calcaterra, Guido Curto, Sergio Colombo, Philippe Daverio, Mario De Micheli, Edoardo Di Mauro, Antonia Finocchiaro, Ivo Lizzola, Massimo Maffioletti, Barbara Mazzoleni, Domenico Montalto, Fernando Noris, Paolo Plebani, Nunzia Palmieri, Daniela Previtali, Marco Rossi, Giuseppe Sala, Sandro Scarrocchia, Bruno Talpo, Giuliano Zanchi, Mauro Zanchi.

Nel 2008, Micaela Vernice, presenta la sua tesi di laurea "La Figura Umana Nell'Opera di Maurizio Bonfanti"

Altri Studi: Emiliano Poloni, "Passio" di Maurizio Bonfanti, esame di arte sacra al Corso di Teologia, Bergamo. Callum McKinney, extended essay "the concept of the human nude in art today" Art and Design, Dublin..